Vennero martirizzati il 27 ott. 1683 nella valle del Zenta, nel Giaco, vicino all'attuale città di Oràn (Salta, Argentina) dove erano andati con l'intento di creare delle reducciónes per quelle tribù di indios, per poi annunciare il Vangelo. Ne avevano già fonddato una, dedicata a San Raffaele, con varie centinaia di catecumeni. Da qualche settimana i due sacerdoti, accompagnati da 23 persone, si trovavano nei pressi della cappella di S. Maria, da loro stessi costruita, aspettando il rientro di p. Diego Ruiz, confratello di S., che stava ritornando da Salta con un convoglio di viveri. Nel frattempo, avevano approfittato per compiere dei brevi viaggi missionari nei dintorni. Senonché, negli ultimi giorni, ebbero un'inaspettata visita di 500 indios Toba e Mocovi, armati di tutto punto e col corpo totalmente dipinto come solevano fare per una festa o per una guerra: dicevano di venire per dare la pace e vivere con loro in buona armonia. Avendo essi dato segni di benevolenza, vennero accolti seppure con preoccupazione dai missionari; questi, infatti, avevano capito che quegli indios volevano ucciderli e che quindi era arrivata la loro ora.
I 500 indios il 26 ott. si sistemarono a cerchio tutt'intorno alla Cappella continuando a dimostrarsi interessati e contenti, ma preparandosi a ucciderli. La mattina del 27 don Ortiz de Zàrate e p. Solinas celebrarono la messa e poi continuarono il consueto lavoro: distribuirono viveri, vesti e altri doni, ma soprattutto parlarono di Dio. Nel primo pomeriggio, mentre si apprestavano a iniziare l'insegnamento del catechismo, furono aggrediti e uccisi barbaramente con dardi e altre armi simili a clave, e decapitati. Assieme a loro vennero uccisi 18 laici.
Di questi ultimi non si sa nulla, mentre abbiamo alcune notizie dei due sacerdoti.
Giovanni Antonio Solinas nacque nel 1643 in Sardegna, ad Oliena (Nuoro), da Giovanni Paolo e Maria Todde Corbu. Fu battezzato nella parrocchia di Santa Maria il 15 feb. I genitori erano «nobili ed esemplari», di forti sentimenti cristiani, che trasmisero al piccolo. Nell'educazione del ragazzo, però, svolsero un ruolo determinante anche i padri gesuiti presenti ad Oliena con un collegio. Giovanni frequentò la loro scuola. Sentendosi chiamato alla vita religiosa, il 13 giu. 1663 entrò nella Compagnia di Gesù a Cagliari; qui fece il noviziato e frequentò il corso di filosofia. Per i tre anni di magistero, come insegnante di grammatica fu in varie città dell'isola e soprattutto a Sassari, dove frequentò anche i primi due anni di teologia. Quando terminò il triennio, era già arrivato in Europa dall'America Latina p. Cristoforo Altamirano mandato dalla Compagnia per cercare operai evangelici da condurre nella Provincia del Paraguay. Il giovane, da sempre desideroso di andare missionario, rispose con entusiasmo all'appello. Così, nel 1672, assieme ad altri tre giovani gesuiti lasciò la Sardegna e, dopo aver ricevuto il sacerdozio a Siviglia il 23 mag. 1673, nel gen. 1674 si imbarcò dal porto di Cadice per l'America Latina con la spedizione dell'Altamirano. Arrivò a Buenos Aires l'11 apr. 1674.
Dopo qualche anno passato a Cordoba per ultimare gli studi di teologia, dietro sua pressante richiesta fu destinato dai superiori alle reducciónes del Paranà e Uruguay: prima a Itapùa e poi a Santa Ana e in altre comunità, dove svolse un'attività pastorale intensissima, distinguendosi soprattutto nella predicazione di missioni e quaresimali in varie città. Un anziano missionario, p. Pietro Jimenes de Araya, che gli fu più volte compagno di predicazione, così scriveva di lui dalla città Las Corrien-tes, al superiore p. Diego Francesco de Altamirano (3 aprile 1679): «Il p. Solinas ha lavorato e sta lavorando stupendamente, tanto nel confessionale quanto dal pulpito. Molti giorni ha tenuto sermoni e tutti i giorni conversazioni con tanti esempi, l'insegnamento della dottrina ai bambini e a tutte le categorie della popolazione, e Dio gli ha dato salute e forza, e con esse ha lavorato giorno e notte per il bene delle anime senza alcuna distrazione in altre cose. Si degni Vostra Reverenza di ringraziare molto il p. Solinas per il suo gran lavoro, lo zelo e l'applicazione con cui ha atteso a tutto, e serva questo a confusione della mia tiepidezza. Io davvero lo venero come un gran figlio della Compagnia, e come tale è infaticabile nel suo impegno per la salvezza delle anime...».
Un anno prima della missione del Chaco, quasi come atto preparatorio per essere fatto degno del martirio, fu ammesso all'emissione degli ultimi voti.
Per la missione del Chaco, voluta nel 1682 dalla Compagnia di Gesù presieduta allora dal Provinciale p. Thomas de Baeza, furono scelti il Solinas, p. Diego Ruiz, professore all'università di Cordoba, e il fratello coadiutore Silvestro Gonzàles arrivato dalla Spagna nel Paraguay appena nel 1680. Nei primi mesi del 1683 i tre gesuiti arrivarono a Salta, per unirsi al parroco e vicario di Jujuy don Pietro Ortiz de Zàrate che da qualche tempo pensava di spendere gli ultimi anni della sua vita per evangelizzare la regione del Chaco, e finalmente ne aveva ottenuto l'autorizzazione. Poteva andare così da quegli indios che egli amava come fossero suoi figli.
Pietro Ortiz de Zàrate nacque negli anni 1622-23 a Jujuy (Argentina) e fu battezzato probabilmente dal curato e vicario don Bartolomé Càseres y Godoy. Il nonno paterno era l'omonimo Pedro de Zàrate, generale, uno degli uomini più in vista in tutto il Tucumàn, fondatore della città di San Francisco de Alava nel sito dove in seguito sarebbe sorta San Salvador, oggi Jujuy. Il padre era il figlio di questi, don Juan Ochoa de Zàrate, la cui storia riempie mezzo secolo dell'esitenza di Jujuy; la madre, donna Bartolina de Garnica. Pietro era l'unico figlio maschio.
La sua educazione fu quella che veniva data in tutte le famiglie spagnole e indie di quel periodo: basata su una profonda fede e pietà. Come affermano le Litterae annuae dei Gesuiti, tale educazione perciò «fu conforme a quella dei genitori molto cristiani e timorosi di Dio. Da loro attinse quella naturale inclinazione che sempre mostrò verso il culto divino; in seguito, tra i divertimenti della sua fanciullezza trasparivano i suoi affetti allo stato ecclesiale, che si manifestarono soprattutto nella sua maggiore età».
Perduti ben presto entrambi i genitori, il giovane Pietro il 15 nov. 1644 sposò donna Petronilla de Ibarra y Murguìa. Dalla loro unione nacquero due figli, Juan Ortiz de Murguìa e Diego Ortiz de Zà-rate. In questi anni ricoprì varie cariche amministrative al comune di Jujuy, soprattutto quella di "alférez", che lo poneva molto in vista.
Purtroppo, ad appena dieci anni di matrimonio, Pietro rimase vedovo; probabilmente si era ai primi mesi del 1654.
Affidò allora i suoi due bambini alla suocera Maria de Arganaràs e continuò a dedicarsi all'amministrazione dei beni che un giorno sarebbero stati dei figli. Molto spesso si ritirava in preghiera nell'Oratorio della sua "casona". Pensava seriamente, in quei momenti, alla sua antica idea, accarezzata nell'adolescenza, di lasciare il mondo per entrare nel clero. E così, dopo aver riflettuto molto, decise: sarebbe diventato sacerdote. In seguito, ne parlò col vescovo diocesano Maldonado, arrivato a Jujuy per la visita pastorale, e poco dopo raggiunse Cordoba per gli studi necessari.
Fu ordinato sacerdote a Santiago del Estero nella metà del 1657. Negli ultimi mesi dello stesso anno fu nominato curato di Omaguaca; due anni dopo divenne parroco di San Salvador di Jujuy e poi vicario di tutto il territorio cuchegno esteso oltre cento leghe: il Nord-Est, con sede a Omaguaca, che si estendeva da Chicas fino al limite dell'attuale Vulcano; e il Sud, con sede San Salvador di Jujuy, dal Vulcano fino al rio Perico e Esteco.
Pietro fu un sacerdote molto stimato dai vescovi succedutisi nel Tucumàn in quel periodo: per le sue doti di evangelizzatore, di uomo totalmente dedito al culto, di intensa pietà e penitenza e di grandissima carità. Varie volte, resasi vacante la diocesi del Tucumàn, fu visitatore in tutta la diocesi per scelta del Decano e del Capitolo. Il vescovo mons. Nicolas Ulloa, in una relazione al re ne fece un grande elogio: sacerdote «zelantissimo della gloria di Dio, grande stimatore e molto ben disposto verso gli indios... assai impegnato nel culto divino».
Negli ultimi anni il suo sogno: evangelizzare il Chaco. Ne parlò a lungo al suo vescovo, scrisse al governatore del Tucumàn e al re di Spagna. Ottenutane l'autorizzazione, dopo aver preparato tutto, il 18 ott. 1682 salutò i suoi parrocchiani di Jujuy, raggiungendo come prima tappa Omaguaca che faceva parte della sua encomienda. Qui venne raggiunto dai missionari gesuiti, Solinas e Ruiz, e il loro fratello coadiutore il 20 apr. 1683. Il lungo viaggio per il Giaco e tutte le peripezie della missione fino al martirio ci vengono raccontati da una minuziosa lettera-diario scritta da p. Ruiz al Provinciale.
Dopo il martirio, resisi conto della grande tragedia, p. Ruiz e i componenti il convoglio dei viveri seppellirono i laici nella cappella di Santa Maria, e poi trasportarono le salme dei due sacerdoti in diverse destinazioni: quella di don Pietro a Jujuy, dove venne seppellita solennemente nella chiesa maggiore di San Salvador, e quella di p. Solinas a Salta, seppellita nella chiesa dei Gesuiti.
I due sacerdoti vennero venerati subito come martiri della fede. E si volle ben presto introdurre la causa di beatificazione, ma poi non se ne fece nulla.
In tempi più recenti, autorevoli vescovi auspicarono l'introduzione della causa. Il 17 mar. 1998 il vescovo di Oràn (Argentina), mons. Carguello, ha quindi chiesto il nulla osta alla Congregazione delle Cause dei Santi per poter istruire l'inchiesta diocesana sulla vita e l'asserito martirio dei servi di Dio Pietro Ortiz de Zàrate, Giovanni Antonio Solinas e 18 compagni.
Autore: Salvatore Bussu
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Aggiunto il 2008-12-15
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